4 PAURE E 1/2 DEL TERAPEUTA: La violenza sull’analista

4 PAURE E 1/2 DEL TERAPEUTA: La violenza sull’analista

“Questa storia del pericolo! Bah! Al diavolo! L’idea del pericolo comincia nella mente dell’analista… c’è tutta la serie di pericoli immaginati dagli analisti. Sono loro a spaventarsi, appartengono a loro le paure. Paura numero uno: la paura che un paziente si suicidi. O la paura di essere sedotti o di sedurre il paziente… Paura numero tre: La violenza… ah, si, la paura della psicosi ovviamente (E la paura che il paziente non paghi, non dimentichiamo neanche questa)” (Hillman in Il linguaggio della vita).

Quando sei seduto davanti a un paziente ti aspetti di tutto? No direi decisamente di no. Quello che ti permette di lavorare è proprio la profonda fiducia nella psiche e nei pazienti. La fiducia nel fatto che ciò che può andar bene lo andrà. Ed è per questo che ci pagano. Per transitare il dolore, stagnarci dentro ma sempre, e dico sempre, con lo sguardo di chi ha fiducia nel fatto che andrà tutto bene. E non si può fingere. Ma poi un giorno il, o la paziente si alza e tira il pacchetto di sigarette in faccia al terapeuta, ribalta la chaise longue, lo minaccia di seguirlo e attenderlo sotto casa e esce chiedendo al, o alla terapeuta come stanno i suoi figli. Allora lo confesso sono terrorizzato da questa idea. Sia chiaro, so come gestirmi e gestirla ma ho paura. Una paura di cui tendo a vergognarmi. A poco serve pensare che nessuno taglia il ramo su cui è seduto e che il terapeuta sia quel ramo. A poco serve sapere che tenere la propria posizione, come quando un gorilla dorso argentato attacca battendo i pugni sul petto, è l’assetto migliore. Si perchè io faccio proprio così, tengo lo sguardo di tre quarti e sono fermo e vigile, però non guardo negli occhi di Ares che attacca, ma il mio sguardo va a tutto il gentle folk che abita il paziente. Le invoco tutte le immagini, mi appello al loro, alla democrazia e, sempre fiducioso, mantengo la posizione, anche violentemente, ma la mantengo. Io sono fermo e ci riesco perchè ho dalla mia tutte le immagini che ci abitano come coppia terapeutica. E il paziente vede alle mie spalle tutto quell’esercito. Ma soprattutto ho fede sempre in Ananke e nel fatto che ciò che deve accadere accadrà, secondo necessità. Accadrà al paziente a me e al mondo. Poi, il paziente va via, nausea mi coglie, e io terrorizzato ancora mi ripeto che non dovrà mai più accadere. Non dovà accadere che io contempli ares mentre il paziente, come sempre, non fa nulla di tutto quello che ho immaginato.

Luca Urbano Blasetti

#Confessionidiunopsicoterapeuta

Scultura Richard Olinsky

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