Da una psicologia del saluto al salutare come terapia

 

L’ascensorite è una di quelle cose che ti coglie in ascensore, angusta cabina che obbliga ad avvertire odori di chi altrimenti non avreste mai conosciuto o addirittura avreste evitato. Spogliatoio ricco di specchi che  mostrano il lato b delle cose, specchi che obbligano all’ incrocio di sguardi nel tentativo di evitarli osservando il vuoto che c’è dietro. Ognuno si difende come può, volgendo lo sguardo, attaccando bottone, frugandosi in tasca o, benedetta sia la tecnologia, simulando navigazioni nei gigabyte delle memorie dei cellulari alla ricerca di quel file che, accidenti dove sarà finito mai!?. Nella testa risuona la stessa filastrocca che recita: scendo al IV piano… adesso arrivo … manca poco e… dlin. Arrivato! Si esce dalla cabina con  virtuosismi da escapisti, si richiude la porta abbozzando un sorriso da posseduti e, finalmente fuori, si pensa alle puzze di uno, al trucco dell’altra e così via. Ci si crogiola nella sensazione che l’altro fosse sgradevole fin quando, alzando il braccio in modo percettibile, si annusa la propria ascella e ci si chiede: “ ma fosse mai che chi puzza sono Io?” Un brivido scorre lungo la schiena ed il rivolo di sudore ci libera dai dubbi.

Rieti è l’ascensore nel quale vivo da 35 anni. Come in tutte quelle piccole città dove non si è in tanti, quelle città in cui vedi dei volti e non sai il perché li ricordi, li ritrovi, ripassano davanti facendoti fantasticare che ci sia un trucco. Come nei cartoni animati anni settanta in cui volti oppure sfondi si ripetevano all’infinito alle spalle dei protagonisti dando l’illusione del movimento, la stessa illusione  condanna all’immobilismo questa nostra città e, proprio come quando si guardavano i cartoni, si avverte il trucco ma ci si dice che non esiste modo, o costerebbe troppo creare sfondi o volti sempre diversi, quasi non ce lo meritassimo.

Come in ascensore, ho sempre pensato che in questa angusta cabina che Rieti rappresenta, ci fossero individui in difficoltà o semplicemente antipatici che fingessero di aver altro da fare che salutarmi. L’assenza del saluto veniva poi condivisa in quelle numerose conventicole che lamentavano la maleducazione di questi fantomatici “non salutatori”.

Costoro, i “non salutatori”, sono quelli che: “chi ti credi di essere?” “Cosa mai avrai più di me per non salutarmi?” Sono quelli che gradualmente vanno ad animare i pettegolezzi, quelli che diventano antimodelli, quelli che allora non ti saluto neanche io. Sono anche quelli che disprezziamo perché non possiamo essere come loro? Perché pensiamo di non poter mai raggiungere il livello del personaggio, del tutto immaginario e idealizzato, che proiettiamo sui nostri concittadini? Quello stesso personaggio il cui tentato raggiungimento costituirà il motore della nostra intera esistenza.

Come in ascensore, un giorno alzai “l’ascella”, mi osservai non più come vittima di difetti relazionali altrui, ma come carnefice.

Era uno di quei giorni di passaggio da una stagione all’altra, quei passaggi stagionali così repentini che non danno il tempo ai miei pensieri di adeguarsi, di passare in rassegna gli antichi ricordi che si legano al cambiamento degli odori. Così l’asfalto bagnato nella prima giornata calda, oppure l’odor di autunno che insieme al crepuscolo stranamente veloce rimanda all’inizio delle scuole, portano a galla ricordi ancestrali che fanno del mio umore un passeggero di un ottovolante in picchiata.

Insomma, in uno di quei giorni, uscii di casa in modo uggioso, nella speranza che un po’ di tramestio rallentasse la picchiata del mio umore. Unico obiettivo passare per la “Piazza” indenne, ossia rincuorato dai quei volti stranamente noti ma non costretto a porgere saluti di routine. Insomma è stato in uno di quei giorni che mi accorsi che chi tende a evitare il saluto a volte sono io. Sono io maleducato, sono io che vado dritto alla meta fingendo di non riuscire a distinguere i volti, sono io che, stanco e depresso oppure in ansia, attraverso la città chidendone il sostegno senza che mi venga chiesto di sostenerla. Sono io che finisco per diventare colui che “… si crede di essere”.

In quei giorni, però, ho dei sacrosanti buoni motivi per essere antipatico e non salutare. Quindi, mi sono detto, chi non mi saluta avrà i suoi motivi.

Il senso delle cose non risiede negli eventi reali ma nel senso che acquistano internamente dove, per internamente, ci riferiamo a come andremo a costruire le nostre narrazioni che costituiranno l’ossatura della nostra psiche.

Sarà quindi opportuno comprendere meglio il senso interno del “saluto”, ossia come questo breve, frequente e apparentemente innocuo rito quotidiano, va a strutturare la nostra personalità.

Eric Berne affermava che il saluto, dopo l’atto sessuale, è il segnale più importante tra gli esseri viventi; esso significa: io ti ho visto, tu mi hai visto, tu esisti così come esisto io e ci comporteremo lealmente. Potremmo passare in rassegna i significati del saluto nelle varie culture ma qui ci preme, invece, soffermarci sul significato dell’ esser visti.

Lo sguardo della madre nei primi mesi di vita è la miglior garanzia di un buon sviluppo psichico, inoltre è il primo saluto che riceviamo nella nostra esistenza. Il bambino sin dalla nascita fissando lo sguardo della madre non fa altro che vedere se stesso. L’atto dell’essere visti dagli occhi della madre è quello che consente di fare l’esperienza di poter essere desiderati. Il poter essere oggetto del desiderio permette di poter desiderare a nostra volta e, il desiderio, è la benzina dell’esistenza (non è un caso che impieghi le parole “motore”, prima e “benzina” adesso, perché gli aspetti psichici a cui si riferiscono si trovano nella stessa identica relazione). Un bambino che non può vivere questa esperienza o che non può viverla sufficientemente a lungo, rischia di essere un adulto depresso o peggio ancora psicotico.

E’ curiosità ormai risaputa che l’etimo della parola “ciao” sia “schiavo”, come in Baviera si usa “Servus”, “servo” appunto. Il saluto insomma  è una dichiarazione di intenti, è un dichiararsi schiavi, è l’impegno a servire, a esaudire i desideri… come il genio della lampada. Tale dichiarazione di intenti sottintende che colui che saluta si sente in grado, o meglio sente di avere le risorse per esaudire i desideri, per farsi schiavo. In estrema sintesi colui che saluta dice all’altro di volerlo vedere e dice a se stesso di essere in forze.

Il saluto è quindi il rito quotidiano che ci conferma, seppur in forma diversa, quello sguardo materno che viene naturalmente meno negli anni. E’ il modo con cui ci si sente visti, in cui si sente di esistere in quanto potenziali oggetti del desiderio. E’ anche il modo con cui ricordiamo, salutando, che siamo in forze.

Proseguendo il parallelismo con la madre desiderante, sappiamo che una madre non è in grado di sostenere lo sguardo del figlio quando ha, ad esempio, vissuto un lutto o un trauma e quando questo trauma sia bianco ossia non elaborato. Allo stesso modo chi non saluta, chi non è in grado di ripetere l’atto del vedere l’altro, è colui che sta elaborando un trauma, è colui che sta riequilibrandosi da un lutto, da non intendersi necessariamente in senso letterale quanto  in senso evolutivo.

Con questo spirito invece di irritarci per un mancato saluto, invece di sentirci non visti, concediamo alle persone di aver il tempo di risalire la china, di ritrovarsi e ritrovare la gioia del saluto che, diaciamocelo, è un rito piuttosto frequente quando  si vive in un luogo piuttosto piccolo, mentre l’essere in forze è condizione sempre più rara.

Incuriosito ho anche indagato l’etimologia della parola “desiderare”. Sorpreso mi sono accorto che  il “De” privativo precede  “sidera” ossia le “stelle”.  Tra chi afferma che il desiderio è l’atto di fissare le stelle ovvero il suo opposto l’assenza di stelle, rifletto su quanto un cielo senza stelle ci faccia venir la voglia delle stelle, e tale ritengo sia il senso della parola desiderio: la voglia delle stelle. Rifletto su come un saluto appaghi il desiderio e, concedetemi l’ennesimo slancio poetico, mi domando: ma se lo sguardo, il saluto, ha il potere di riportare le stelle in un  cielo buio, allora un ciao varrà bene una stella?

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