I MITI E GLI IMMAGINARI NELLA TOSSICODIPENDENZA: Il trattamento in chiave archetipica

Sappiamo che la Psicoterapia a orientamento archetipico è onnicomprensiva di tutti gli approcci e, seppur tacciata di essere iperspeculativa, si traduce semplicemente in un lavoro al servizio dell’Anima che si fonda sulla gestione degli immaginari. Un lavoro di equilibratura e compensazione consistente nel deflazionare gli immaginari troppo prepotenti e inflazionare quelli troppo timidi. In questo processo bisogna tener conto della fase evolutiva del paziente e del Telos, ossia dello scopo a cui il sintomo rinvia.

Alla luce di quanto detto rinviamo alle opere dio Jung in merito alle considerazioni sul telos, mentre esiste un capitolo di Hillman in Re-visione della psicologia dedicato proprio alla Patologizzazione ossia al processo attraverso cui il paziente tende a reiterare un sintomo, una condotta apparentemente disfunzionale, andando alla ricerca della propria “Ghianda” (ancora Hillman impiega questo termine in “Il Codice dell’Anima) da intendersi come la propria identità, o meglio come il proprio processo individuativo.

Prima di procedere nella disamina degli immaginari nella tossicodipendenza ricordiamo che la psicoterapia in senso archetipico è sostanzialmente fondata sul raccontare storie. Ancora Hillman in “Le Storie che curano” evidenzia come terapia sia il riscrivere a quattro mani il romanzo di vita del paziente. Una prima considerazione sulla tossicodipendenza va proprio in questa direzione, ossia verso la consapevolezza che il paziente tossicodipendente è refrattario a qualsiasi riscrittura più di quanto ciò non avvenga in altri pazienti. Il tossicodipendente si affeziona a una storia e, come un bimbo che gode della ripetizione della stessa storia tutte le sere prima di addormentarsi, vive un rito quotidiano fondato su quel racconto nella speranza di fermare il tempo e rimanere eroicamente onnipotente. Nella speranza di rimanere uroboricamente fuso con la Madre-Terra.

Le speculazioni emerse in seno all’endocrinologia, suggeriscono come gli immaginari relativi alle “Droghe” siano più potenti delle droghe stesse. Gli endocrinologi sottolineano infatti come l’anticipazione dell’assunzione risulti più attivante dell’assunzione stessa. Ci riferiamo, qui, agli studi fatti a mezzo PET o fRMN dai quali è emerso come la condotta messa in atto per reperire la sostanza attivi le aree cerebrali del piacere, più di quanto non faccia l’uso della sostanza stessa, come a dire che un salmone che risale il fiume prova più piacere quando rischia di finire tra le fauci di un orso, che quando, giunto alla meta, si accoppia. In tal senso risulta eloquente la bibliografia prodotta da Gerra che è tra i più noti ricercatori italiani in tal senso.

Da un seppur rapida osservazione delle drammatiche conseguenze soggettive e sociali dell’uso di droghe ci si rende conto in fretta di come il dionisiaco non sia sufficiente ad esaurire gli immaginari emergenti nell’uso e nell’abuso delle sostanze stupefacenti, soprattutto se inteso nel più usuale senso di mero inseguimento del piacere, si nota ben

presto quanto affannosamente spieghi le contraddittorie dinamiche emergenti nella tossicomania. Nel corso del trattamento diretto di soggetti che presentano patologie di abuso per Eroina, Cocaina, Alcol e Gioco d’azzardo, sono stati individuati ed utilizzati nello sviluppo della terapia, quale ipotesi di lavoro alcuni immaginari mitici che possano costituirsi da sfondo archetipico alle variegate e complesse dinamiche della tossicodipendenza.

Ogni sostanza, o condotta menzionata, si riferisce a immaginari e miti che agiscono internamente in modo differente, nell’anelito di raggiungere un’identità ideale talmente divaricata da quella reale, abortita, che l’intervento terapeutico richiede la presa di contatto con un “ombra” che sembra assumere le fattezze, non tanto della non desiderata identità, quasi delittuosa, quanto della semplice normalità, intesa come ciò che è consueto. L’”ombra” di un paziente tossicodipendente molto spesso è la semplice soluzione dell’inflazione di un mito interno irrinunciabile.

Di seguito quindi cercheremo di rintracciare la metafora mitica, o l’immaginario relativo ad ogni singola sostanza, evidenziando come questo costituisca il tentativo compensatorio di un antimito abortito. Analizzeremo I MITI E GLI IMMAGINARI NELLA TOSSICODIPENDENZA per Il trattamento in chiave archetipica.

Oltre la complessità intrinseca alle dinamiche della tossicodipendenza “classica”, resta poi importante prestare attenzione alla questione della più recente fenomenologia della poliassunzione di sostanze – come nei frequenti casi in cui l’eroina viene impiegata per attenuare gli effetti della cocaina e cosi via- che complica ulteriormente un quadro già di per se tutt’altro che lineare. Si sottolinea che in realtà si evidenzia sempre una sostanza di “elezione” per i soggetti tossicodipendenti, a questa si farà riferimento per stabilire quale mito interno si sia attivato. La possibilità di disegnare una costellazione mitologica “principale” sulla base della frequenza d’uso di ogni sostanza costituisce poi una possibile evoluzione teorica per ora ci limitiamo ad usarla come espediente esplicativo chiedendo venia per l’ovvio limite riduzionistico posto dalla strategia ermeneutica. Anche il passaggio da una sostanza di elezione ad un’altra ci suggerisce una evoluzione del sintomo e con esso probabilmente della personalità. E’ frequente infatti che un eroinomane diventi cocainomane o alcolista, oppure cada nel gioco d’azzardo compulsivo ovvero negli Internet Addiction Disorders (Young, 1998).

Si tenga presente che quando parliamo di psicoterapia nei termini di cui sopra, non dobbiamo dimenticare che tutta la psicologia del 900’ si è mossa in un processo di “Lateralizzazione dell’Io”, da intendersi come il tentativo di dar voce agli immaginari inascoltati. In tal senso Campbell in “L’eroe dai mille volti” ci suggerisce che l’Io, l’eroe deve morire in terapia, ma con la tossicodipendenza questo risulta tutt’altro che scontato e vedremo perché.

 

EROINA

L’eroina è la sostanza che eroicizza, come l’etimo ci suggerisce, la sostanza che riduce la distanza tra l’Io e l’”Olimpo”. “Mi faccio per diventare ciò che vorrei essere”.

Così come Giovanna d’Arco s’immola in nome del Signore, l’Io, erculeo, nato da un Dio e un uomo, cerca di onorare le sue origini i-dea-li facendosi inflazionare dalle caratteristiche tipiche dell’eroe.

L’eroe, l’uomo qualunque dopo aver assunto eroina, domina la paura e sopporta il dolore, non teme il distacco e insegue la morte perché, da una parte trae piacere immolandosi, dall’altra  in quanto eroe è immortale. Infine è emotivamente pregno e riesce a partorire le sue emozioni.

La madre dell’eroe lo trattiene ma in realtà si vuole nutrire della sua gloria e quindi lo stringe in un doppio legame che verbalizza il volerlo accanto, paraverbalizzando l’espulsività. Così come la madre di Achille nel chiedergli di scegliere se preferiva una vita breve e gloriosa ad una lunga ma nell’anonimia, in realtà prosodicamente esaltava il suo “piè veloce” e negava il “tallone”. Si tratta di una madre invischiante che non sa partorire, che vuole tenere in grembo il figlio perché, fissata e non individuata per paura, delega il figlio che deve confermare la sua mortifera fissità.

Altro  eroe per antonomasia è Eracle, il cui nome fu dato dalla Pizia (l’Oracolo di Delfi) e che designa la sua vocazione: glorificare la dea suprema, la sposa di Zeus. In ciò l’eroinomane eccelle, nella glorificazione della madre nascondendola con un coartato conflitto paterno. Molto frequentemente, infatti, il trattamento obbliga ad una lunga, a volte interminabile e interminata, disamina del conflitto con il paterno caratterizzato da una generale assenza, che però permette di nascondere il conflitto con la madre, che è poi quello realmente patologizzante.

Ercole è, inoltre, consolidato simbolo di superamento delle proprie debolezze, nonché colui che ricerca l’immortalità attraverso le 12 fatiche da superare. In tal senso si potrebbe dire che fugge la morte. Il tossicodipendente che ha l’eroina come sostanza di eccellenza, è quindi inflazionato in questo senso, nega a se stesso le proprie debolezze e recita l’immolazione ma in realtà teme la morte e, negandola, ne resta vittima anzitempo attuando una condotta mortifera.

Tale inflazione dell’eroismo abortisce il suo opposto. L’antieroe che, pauroso, fugge il dolore e la morte, trattiene le emozioni, e evita il distacco restando a “corte” a allietare il gozzoviglio dei nobili con battute e follie da “giullare”. Il folle giullare, colui che alza le gonne delle dame e che si concede pazzie emotive altrimenti non ammesse, dice delle verità accettabili solo perché la “corte” ha stabilito, a priori, che quel folle antieroe è “Folle”. L’eroina riscatta il giullare ma solo agli occhi del giullare stesso, perché a “corte” verrebbe a mancare chi intrattiene le dame. In questa “vacanza” la sostanza diviene l’interlocutrice di tutti, qui si intravede la dimensione sistemica della patologia in cui il “paziente designato” oscilla senza tregua tra due posizioni enantiodromiche il cui centro costituirebbe la costellazione di personalità funzionale, quella che sa negoziare la realtà e usare le risorse sia del giullare che dell’eroe. L’immaginario del giullare è talmente evitato che risulta psichicamente più determinante che per chiunque altro.

Il trattamento terapeutico prevederebbe la presa di contatto con i contenuti ritenuti giullareschi e folli, di fronte a una corte che non li stigmatizzi più.

Non di rado l’esito di un trattamento vede cicliche ricadute  con sostanze che diano il coraggio, come la cocaina, di mostrarsi folli e giullareschi. Frequente anche il passaggio all’abuso di alcol e al gioco d’azzardo, questo ci suggerisce che spesso si riscontrano successive attivazioni di miti sostitutivi di cui più avanti si fa cenno.

La difesa più frequente è la razionalizzazione. Si gestisce trasformando le narrazioni degli eventi per mezzo della razionalità.

Nella grecità l’eroe non doveva essere imitato perché è portatore di negatività e di eccesso, nonché di doppiezza. Achille si traveste da donna per non andare in guerra e mostra di essere tutt’altro che eroico, anzi cerca un femminile negato.

Il trattamento terapeutico prevederebbe la presa di contatto con i contenuti ritenuti giullareschi e folli, di fronte a una corte che non li stigmatizzi più.

Achille è certamente un’eroe e Omero inizia l’Iliade citando la sua Ira, ma ci preme ricordare che alla fine della guerra di Troia c’è un personaggio che da lontano scaglia una freccia che si va a conficcare proprio nel tallone  del Pelide facendolo perire. Questo personaggio è quello che scatena la guerra per portare con se Elena, è colui che si sottrae dalla lotta e si nasconde dietro il di lui fratello quando Achille giunge presso Troia. Paride è il suo nome ed è certamente un antieroe che sopravvive all’eroico Achille e sposa Elena ossia fa sua una parte Anima che contribuisce alla salute della sua psiche. La vigliaccheria di Paride deve diventare un valore nella terapia, specie nelle dipendenze patologiche.

 

COCAINA

La cocaina attiva invece un mito differente e complementare a quello dell’eroina. Dove la prima assolve a pacificazioni identitarie interne, la seconda è sostanza performante che pacifica le relazioni, primarie e secondarie, con gli altri. L’eroina  è autocura che tende all’introversione mentre la cocaina muove sull’estroversione. Segue l’anelito del pubblico che guarda, per una incapacità di mostrare le proprie incapacità. “Mi faccio per essere come gli altri mi vogliono”. Stavolta  il “riscatto” avviene ai soli occhi del pubblico “pagante”, mentre internamente si resta con umoralità disforica o depressa.

Il cocainomane è inflazionato dal mito del guerriero, di colui che obbedisce ciecamente al Re e, armato e corazzato (qui ci ricorda la corazza di Reich), forse a cavallo (con tutto ciò che il cavallo simbolicamente rappresenta), parte per la “pugna”in un trionfo di forza atta alla distruzione del male. Non avverte dolore e deride i pavidi nutrendosi della loro paura, è senza macchia. E’ freddo. E’ Marziale e ha un “Terribile amore per la Guerra”. Hillman in questo suo libro ci sottolinea come l’archetipo della Guerra debba essere epurato dai moralismi per andarne a recuperare l’ontologia e il telos come immaginario. Il cocainomane è inflazionato da Marte che distrugge ogni cosa. Ma attenzione Marte non nasce come dio della guerra ma come dio dei campi e degli allevamenti. Dato che in guerra campi, e bestiame sono il primo bersaglio dell’avversario, Marte si adira e, impropriamente viene assimilato a dio della guerra. Allora quale obiettivo persegue Marte? Quale è il suo scopo? Certamente proteggere il proprio territorio, i propri istinti (gli animali) le proprie coltivazioni (ciò che lo nutre). Facciamo attenzione l’impavidità del guerriero è, per Formazione Reattiva, proprio un terrore primordiale che il cocainomane rifugge attraverso la sostanza.

La madre lo stringe in un doppio legame inverso a quello dell’eroinomane, verbalizza l’espulsione paraverbalizzando l’invischiamento, lo invia in battaglia, lo manda via legandolo indissolubilmente a se.

Il guerriero reprime e intellettualizza ossia trasforma non gli eventi ma il loro contenuto affettivo e abortisce, in una generale fissità cognitiva, la creatività pur avendola come risorsa.

E’ senza macchia ossia pretende la verità a tutti i costi, è spietata oggettività ed è incapace di negoziare la realtà, aborrisce le difese (psicologiche) dell’altro senza rendersi conto che questa condotta costituisce la sua difesa.

Non ha origine divine, anzi, Aiace Telamonio è l’unico a non ricorrere mai all’aiuto di uno degli dei schierati al fianco delle parti in lotta nella guerra di Troia. Ce la fa da solo  anche contro coloro che hanno gli dei dalla loro. Come Aiace si suicida per aver perso l’onore e non poter diventare un eroe, il cocainomane si autodistrugge quando non riesce a mantenere credibile  l’identità ideale, non accetta la sua natura umana e affronta la battaglia contro chi è protetto dagli dei quasi a dire:” oh dei non proteggete me ma sono io che meriterei di salire sull’olimpo con voi”.

Il guerriero abortisce il puer, il creativo, l’acuto, il furbo perché costui metterebbe in dubbio l’autorità del Re di cui è figlio. Il tabù lo logora. Ma ciò che viene negato lo continua ad agire di soppiatto. Contemporaneamente ha un senex completamente deflazionato.

Il trattamento quindi prevede sostanzialmente la rimozione della corazza, l’accettazione delle fragilità proprie e quindi anche degli altri. All’acquisizione delle capacità di negoziazione della realtà segue poi la gestione delle risorse del puer che da nuova linfa, aria fresca. La citata terapia di reichiana memoria, fondata sul far denudare il paziente e educarlo al respiro, fa da preludio all’hillmaniano fare anima che recuperala psiche alla sua dimensione di infirmitas essenziale, ritrovando nell’orrido il sublime, nell’imperfetto il meravigliosamente umano Insegnare a sentire il dolore perché parla di sé e non negarlo per combattere in nome del Re. La spietata oggettività deve essere mitigata perché nega la relazionalità, nega le possibilità di negoziare la realtà, perché rende soli, perché nega il fenomeno nell’illusione di aver colto il noumeno.

La parola Guerra ha due origini una è quella che rimanda alla “zuffa” e allo Scompiglio; l’altra alla parola latina “Bellum” che ricorda molto “bellus” ossia il bello. Ci sembra che, a ricercare le motivazioni del guerriero, si giunge alla volontà di scompigliare le cose date socialmente, al fine di trovare il bello, l’utopica verità, la perfezione. Qui ci saltano alla mente ferite narcisistiche e mancate esperienze gemellari. Non raramente l’assenza paterna, come l’irraggiungibile Re padre di Aiace , a cui si deve chieder udienza, è presupposto sufficiente per tale mancanza di esperienze gemellari, ossia quegli onori che il Re concede ai guerrieri più valorosi.

Dicevamo che la guerra simbolicamente costituisce la distruzione del male, ma non possiamo  dimenticare che il guerriero a cui ci riferiamo combatte una guerra sostanzialmente interna e che quindi nega e reprime la sua “ombra”, cosi come non l’accetta nell’altro. Ci saltano alla mente i 300 spartani (che poi alla fine erano più di 4000 tra annessi e connessi ma fa più notizia dire che erano da soli in 300) partiti alla volta delle Termophili per respingere l’impero persiano, allo stesso modo il cocainomane guerriero, strenuamente e a costo della vita, respinge i contenuti, orgiastici e mostruosi, ossia i prodigi dell’inconscio (Monstrum = Prodigio), provenienti da oriente.

Il guerriero non ha poi origini divine ma non possiamo dimenticare che Era generò il figlio Marte per partenogenesi dato che, invidiosa perché Zeus aveva generato Artemide senza di lei, chiese a Flora di aiutarla e costei gli indicò un fiore al cui solo tocco sarebbe seguita la nascita. Il cocainomane vive sempre una grande assenza paterna e una sorta di complesso materno da parte di una madre che si attribuisce tutte le responsabilità della nascita. Spinge il figlio alla ricerca della relazione col padre ma in realtà si dichiara unica proprietaria. Il Dio della guerra Marte ha quindi molto poco di maschile nei suoi geni e ha l’ingrato compito di mostrare a Zeus che la moglie è in grado di generare anche senza di lui. Allo stesso modo il paziente cocainomane va prima liberato dal ruolo di strumento del conflitto coniugale, va aiutato a svincolarsi dal ruolo che lo vede essere la prova del fatto che la madre ce la fa anche senza il marito. Il cocainomane diviene marito della propria madre e padre di se stesso ed in questo poco si distingue dall’eroinomane.

Il diffusissimo uso di eroina per placare gli eccessi da cocaina ci suggerisce inoltre come vi sia una strettissima relazione tra l’”eroe” e il “ guerriero”, il come non tratteremo in questa sede.

 

ALCOL

Se la parola alcool deriva etimologicamente dalla sottilissima polvere usata in oriente per tingersi le ciglia, il che rimanda alla funzione “mascherante” e “personalizzante” della sostanza, l’immaginario ipoteticamente collegato è quello dell’”Oracolo” ossia di colui che parla per voce degli dei, profetizza e tutto sa.

Una relazionalità quasi del tutto disfunzionale viene autocurata con l’induzione di una misteriosa identità capace di relazioni, che dispensa verità. La capacità di stare con gli altri e di intrattenere relazioni, grazie a questa capacità divinatoria, nasconde il segreto desiderio di essere guidati e l’aperta paura di scoprire se stessi e le proprie fragilità.

L’oracolo vive però in solitudine e al freddo, o nel tempio o in cima alle montagne e, dispensando sapere manifesta una volontà di non conoscere e, come uno schiavo platoniano incatenato dentro la caverna, racconta agli altri cosa c’è “la fuori”.

In tal senso viene abortito il filosofo colui che ricerca la conoscenza e, fuor di metafora, colui che insegue il “conosci te stesso”.

A questo punto ci corre l’obbligo sottolineare come la popolazione di utenti provenienti da comunità terapeutiche, con una frequenza piuttosto elevata ricade nell’abuso di alcol.

Da una distinzione emersa in seno a uno studio condotto da Caretti & al (2005), da cui si evince come i tossicodipendenti in carico ai sert, ossia al servizio pubblico, mostrano tratti e difese sostanzialmente differenti da quelli in trattamento nelle comunità terapeutiche, tali per cui per i primi emergono tratti dissociativi mentre per i secondi tratti alessitimici, giungiamo a distinguere gli esiti dei trattamenti. Il servizio pubblico tende a cronicizzare mentre la comunità a “guarire”. In tal senso gli utenti, specie quelli che hanno fatto un percorso in quelle comunità che nascono come comunità religiose, come quella in cui lavora chi scrive, tendono ad assumere lo stile oracolare e a pensare all’esito del trattamento in termini di guarigione e non di avvio di un processo di individuazione. Escono dalle comunità e dispensano verità incapaci, a volte, di negoziare la realtà, e senza alcuna voglia di conoscere altro di sé. Quale miglior strumento dell’alcol. E’ chiaro che la guarigione finisce per coincidere con la cronicizzazione. La ricaduta nell’alcol si pone quindi quasi come passo obbligato nell’evoluzione della patologia. Fortunatamente le comunità stanno cambiando e formando equipe di tecnici.

L’oracolo di Delfi ha detto: “Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”.
In tal senso rimane una domanda relativa a chi conosce l’oracolo. L’oracolo conosce se stesso? Oppure essendo colui che afferma quanto sopra, resta per definizione inconoscibile. Non è forse proprio questo che un alcolista vuole per sé, il non conoscersi e il non essere conosciuto.

“In vino veritas” forse è Detto da riferirsi all’immaginario oracolare. Non dimentichiamo inoltre che nelle pratiche dello sciamanismo l’uso dell’alcol risulta non solo  stimolato, ma assurge a vera e propria prassi. L’alcolista è quindi inflazionato dall’immaginario di essere sciamano, colui che tutto vede. Non dimentichiamo comunque che gli sciamani sono per definizione scelti dalle comunità stanziate sul lago Baikal (vedi Eliade: Lo sciamanismo) tra coloro che risultano poco propensi all’integrazione, tra coloro che risultano incapaci al vivere comune. L’alcol rinvia infine ad un eccesso di spirito, da intendersi come la tendenza a favorire un vivere psichico inflazionato in luogo del concretismo. L’alcolista va aiutato a tenere i piedi per terra.

 

GIOCO D’AZZARDO

Il gambler non si interroga su ciò che vuole, su ciò che lo rende felice, su ciò che brama e ciò che emotivamente lo gratifica. Non se lo chiede e non lo sa, in questo è scritto il suo destino. Esplorare i propri desideri lo metterebbe a rischio di non vederli realizzati così, piuttosto che vedersi rifiutata una carezza, si nega il desiderio ma non come la volpe con l’uva, che in ultima analisi è in contatto, almeno visivo, con l’oggetto del desiderio e lo nega, ma come chi non nega l’oggetto ma il desiderio stesso.

In questo vuoto, il desiderio esperito dagli Altri importanti, come ad esempio le figure primarie, diventa il proprio desiderio, ovvero l’unico modo di sperimentare l’appagamento è vederlo negli occhi di chi gli sta accanto. Il gambler è come se non possa provare piacere fisico ma solo intuirlo osservandolo nell’altro.

E’ chiaro che in un tale stato di cose ciò che l’altro desidera diventa il proprio obiettivo, così il gambler si fa inflazionare dall’immagine del trionfatore che parte per la battaglia per riportare messi, terre e ricchezze.

La “Vittoria Alata” è la figura della mitologia greca personificazione della vittoria. Nell’arte greca le figure destinate a impersonare la “Vittoria” erano scattanti e meravigliose, con lunghe vesti ondeggianti e ampie ali spiegate, pronte a balzare dal mondo degli uomini all’Olimpo degli dei, e a portare con sé il nome, il ricordo, l’immagine del trionfatore. In questo riconosciamo i tratti narcisistici del giocatore mentre nella rapidità, nel suo dover essere presa al volo, come l’attimo fuggente di un destino che ben difficilmente offrirà un’altra opportunità, la “Vittoria Alata” ci rimanda alla compulsività del giocatore che è mosso dall’idea che l’attimo fuggente è proprio quello che verrà immediatamente dopo. La Vittoria corre veloce, pronta a offrirsi a nuove mani: il vincitore viene celebrato da capolavori della poesia e scultura antica, il suo nome e la sua immagine resteranno famosi attraverso i millenni e questo è il desiderio dei desideri che ci suggerisce come l’assenza del desiderio, a cui facevamo cenno rispetto al gambler, non è altro che compensatorio di un’inflazione del desiderio.

La negazione del desiderio e il riempire il vuoto che ne consegue coi desideri di altri significativi, impone una prima accortezza procedurale nel trattamento: difendere lo spazio terapeutico dall’intrusione di questi “Altri”. Il paziente tenderà a portare i problemi degli “altri”, chiedendo consulenza al terapeuta. Sarà il terapeuta a dover riportare il paziente al centro il quale si ribellerà perché paventerà la perdita dello strumento per colmare il vuoto ossia ciò che gli “altri” desiderano.

Non si deve confondere poi questo aspetto con la voglia di immolarsi dell’eroe eroinomane il cui fine è gloriarsi degli sguardi degli altri, il gambler non ricerca lo sguardo afflitto dei suoi cari perché lui si immola, quanto la loro soddisfazione per potercisi specchiare. Il giocatore è sostanzialmente inchiodato in una battaglia interna col desiderio, non è in relazione con nessuno.

Il trionfatore nasce adulto, abortisce l’infante, il richiedente cure. Si nega la sofferenza e il bisogno di cure e ciò produce una rabbia repressa con forte potere distruttivo. Non si tratta della rabbia del “guerriero” che teme la sua distruttività, ma una rabbia di cui il giocatore non ha consapevolezza.

Lacan nei suoi scritti si sofferma in modo corposo sul tema del desiderio. Afferma come  tra i bambini la dinamica del desiderio sia evidente come in quelle occasioni in cui tra fratelli uno pretende di avere il giocattolo che ha l’altro. Combatte, graffia e piange ma quando l’ottiene lo lascia indifferente. Lacan sottolinea, come bene spiega Recalcati, che il bambino non desidera il giocattolo ma desidera essere desiderato dal fratello come il fratello desidera il giocattolo. Una volta ottenuto il giocattolo la sua battaglia ricomincia.

Allora il Gambler va educato al desiderio, e la terapia deve essere rivolta agli immaginari negati e al sostegno di questi. Il terapeuta dovrà lavorare alla legittimazione dei propri desideri da parte del paziente, con l’attenzione di non far si che i desideri del terapeuta diventino l’obiettivo del paziente.

 

INTERNET

Negli Internet addiction disorder assistiamo alla sperimentazione in Rete di parti psichiche non integrate, esercitate solo nel contesto virtuale attraverso la creazione di profili personalizzati (lì posso essere come non riesco ad essere fuori), o al contrario all’esigenza di tener fuori determinate parti psichiche socialmente sconvenienti (lì non è necessario che io sia in quel modo).

Etimologicamente la ‘ragnatela’ di Internet (la Rete, The Net) ci rimanda al mito di Aracne, la Puella che imprudentemente sfida la divinità Atena, che rappresenta la conoscenza, saggezza e il raggiungimento dei propri obiettivi; il Puer, impaziente e vorace, non consapevole dei propri limiti, sfidando la conoscenza, viene punito e traformato in un ragno intrappolato nella sua Rete. Si ripresenta così la dinamica del Puer inflazionato che, non sapendo fare i conti con la realtà, rimane cristallizzato.Colui che usa Internet in modo spropositato, permette che la propria parte Puer sfidi la propria Conoscenza credendo di avere il mondo in mano, utilizzando Internet per l’immediato soddisfacimento del bisogno. E la conseguenza è che la ‘Conoscenza’ lo trasforma in quello che realmente è, un ragno intrappolato nella sua rete. Nella terapia si lavora sulla fuga dalla realtà caratteristica del Puer, che deve essere controbilanciata dal pragmatismo del Senex, così come la superficialità è controbilanciata dalla concretezza.

Un altro immaginario che si presta a rappresentare le dinamiche del cybernauta è il mito di Narciso, che viene utilizzato per ipotizzare che il cybernauta che abusa delle chat, dei Mud, è legato al suo riflesso ideale costruito nel virtuale più che a quello di sé stesso, che siede davanti il PC. Tende in questo modo a non entrare ulteriormente in contatto con le sue parti Ombra, ovvero non riconosciute e non accettate, proprio perchè non viste da lui nel riflesso.

Narciso è supponibile che si senta a proprio agio in questo mondo protetto che tutela dalle frustrazioni e dall’imprevedibilità del mondo reale che è meno controllabile, rendendosi così lontano dalla sperimentazione della tolleranza al dolore che comporta il confronto con l’altro.

In sintesi la rete ci consente di procedere a una ripubblicazione di sé in modo idealizzato o per lo meno edulcorato. Questo intendiamo quando parliamo di negazione delle parti “Ombra”. Il primo atto del cybernauta è il battesimo virtuale, ossia darsi un “nickname”. Il fatto che nel nostro nome sia scritto il nostro destino non è solo decorazione speculativa, ma un elemento su cui Hillman rimanda in modo diretto. In “il Sogno e il mondo infero” Hillman dice esplicitamente che il primo messaggio di un personaggio in un sogno ci è dato dall’etimologia del suo nome. Il ribattezzarsi sembra quindi essere l’atto attraverso cui si cerc a di darsi nuova identità e un nuovo destino.

Nelle occasioni in cui si frequenta una chat e si decide, dopo i prolungati contatti di incontrarsi con l’agognato nuovo amore, non si vive lo chock di non riconoscere l’altro rispetto all’immagine che ci si era fatti di lui. Il vero chock sta nel non riconoscersi nel nickname che ci siamo dati. Incontrarsi ci obbliga a riprendere contatto con chi siamo , comprese le ombre, ed ecco che l’ideale si frantuma.

Chiudiamo dicendo che Narciso guardandosi non sa che quello riflesso è lui. Narciso si innamora di un altro, non di se stesso. Con questo intendiamo dire che Narciso non ha amore per se stesso, anzi il narcisismo viene da una ferita narcisistica. Il narcisista ama l’ Altro al punto di diventare lui stesso l’Altro. In soldoni ama il suo ideale e ripudia se stesso. Il lavoro terapeutico è quindi segnato. Il recupero delle parti ombra è il primo step, ossia lo shock di conoscere chi si è.

In generale ci sembra di poter affermare con sufficiente certezza che le dipendenze patologiche si caratterizzino per una sostanziale inflazione del mito dell’eroe nelle sue varie forme. Il tossicomane non riesce ad accettare la sua natura mortale e costruisce, passo passo, una idealizzazione del sé avvicinandolo al mito o ai miti e gli immaginari di cui sopra. Una personalità quasi dissociata che non riesce a liberarsi del desiderio di avvicinare gli dei, è terrorizzato all’idea di scendere dall’olimpo e perennemente chiamato ad una continua opera di de-individuazione.

La tendenza sarà anche quella di idealizzare il terapeuta che corre il rischio di cader vittima del narcisismo mentre deve ricordare regolarmente al paziente la natura mortale e terrena del terapeuta, invitandolo a scendere sulla terra con lui per lasciare la noia e la solitudine tipica della vita degli dei.

Si tenga presente che gli immaginari esaminati possono essere tutti presenti e che le indicazioni operative qui suggerite non valgono solo nei casi specifici ma sono buone prassi da usare  in ogni contesto, con ogni paziente, dipendente o meno, il tutto quanto basta.

Prima di chiudere preme però ricordare un ulteriore aspetto relativamente al trattamento di soggetti tossicodipendenti. Si rileva, infatti, una generale fissità cognitiva, una tendenza a impiegare sempre le medesime strategie relazionali, di problem solving e decisionali. Come mosca che batte sul vetro, il tossicomane non vuole accorgersi che un’anta della finestra è aperta e va educato a questo. Jung tra i cinque istinti annovera anche quello di creazione, stupisce quindi, pensando all’istinto e al suo essere cogente, come la tossicodipendenza si presenti come una repressione di un istinto. L’educazione alla creatività incontrerà quindi grandi resistenze perché è necessario lavorare sulle origini della repressione. Come nei disturbi alimentari un istinto è al giogo dell’Io ferito, nella tossicodipendenza l’istinto che ha il medesimo destino è quello di creazione. Significa continuare a credere che tutto sia come è, è farsi mosca che sbatte sul vetro, è credere alle ombre nella caverna di Platone.

Risulta intuibile che questo sia troppo per spiegarsi esclusivamente come il risultato dell’implicita richiesta genitoriale, fondata su un doppio legame. A giustificare la loro fissazione a stadi evolutivi non congrui, il negarsi l’istinto di creazione. Solo un dio puote tanto, e divine divengono queste imago genitoriali alle volte, spesse volte come si sa.

Vero è che questa modalità risulta il tipico esito di una dimensione sistemica della patologia. Il tossicodipendente ci rimanda a Kafka (1935), alla Metamorfosi e a come la patologia non sia altro che il mortifero destino di un figlio che, individuandosi, appare scarafaggio alla famiglia cristallizzata che lo tollera ma ne desidera la dipartita. La “roba” è il corrispettivo della morte di Gregor Samsa, lo scarafaggio della metamorfosi, il trattamento del tossicodipendente educa a vivere la vita da scarafaggio, malgrado la famiglia.

La realtà è che ancora oggi la cura della tossicodipendenza conduce, nella maggioranza dei casi, allo stesso ermetico destino kafkiano.

I meccanismi di difesa eretti a protezione dell’incontro/scontro con le parti sconosciute del Sé e del mondo si manifestano generalmente in rituali sintomatici ed, in ogni caso, nella cristallizzazione di ruoli agiti che perdono spontaneità e qualsiasi forma di flessibilità, conseguendo il solo ed unico scopo di isolare emozionalmente l’individuo dai fantasmi che lo tengono confinato.

Tirando le somme possiamo affermare che il paziente dipendente risulta refrattario ai trattamenti fondati sulla lateralizzazione dell’Io. Intendiamo dire che l’Eroismo è l’immaginario cristallizzato e più difficile da espugnare. In particolare si connettono a questo immaginario disfunzionale gli immaginari paterni e materni che risultano o eccessivamente inflazionati o eccessivamente deflazionati.

Se l’eroina rinvia all’eroe e prevede un lavoro di deeroicizzazione da intendersi come attivazione di immaginari meno idealizzati, prevede anche di deflazionare un materno troppo accudente. C’è una madre interna che concede tutto, abbraccia e consola. Tale madre deve essere silenziata potenziando un paterno assente perchè incapace.

Con la cocaina resta la deeroicizzazione ma il materno è un immaginario sessualizzato. Qui il materno è un’inflazione da intendersi come eccesso di libido. La madre qui è amante e il padre è l’irraggiungibile a cui nascondere la scappatella. Va quindi deflazionata la madre troppo disponibile ma anche un padre idealizzato e assente perchè troppo lontano rispetto alla portata del paziente.

L’alcolista vive un eccesso di spirito. Va quindi stimolato a tenere i piedi per terra. Le figure primarie, intendendo i genitori interni o gli immaginari genitoriali, sono in questo caso idealizzati e tenuti all’oscuro delle Ombre da parte del paziente. Costui quindi tende ad avere un materno e un paterno interni che si occupano di un simulacro e non delle ombre. Quel simulacro ha carattere oracolare ossia vuole far credere che è in grado di fare tutto.

Il gambler deve ricontattare la dimensione del desiderio. La psicoterapia deve essere volta a costituire degli immaginai genitoriali che sappiano dare ascolto a tale desideri e imparino a soddisfarli. Il paziente deve sviluppare la capacità di sviluppare strategie per soddisfare i propri bisogni senza aspettare “la manna dal cielo”.

Con la dipendenza da internet l’imperativo è il “Nosci te ipsum”. Il lavoro terapeutico deve tendere alla presa di contatto con l’”Altro”, da intendersi qui come la parte psichica, gli immaginari non idealizzati. Anche gli immaginari paterno e materno devono subire lo stesso trattamento.

Non dimentichiamo che il paziente dipendente è sostanzialmente refrattario alla psicoterapia. Resiste, si oppone e boicotta. La frustrazione è il pane quotidiano del terapeuta che rischia in ogni seduta di diventare lui stesso colui che resiste , si oppone e boicotta. Sia inteso anche che sia per paziente che per il terapeuta trattasi di an autoboicottaggio.

Campbel: L’eroe dai mille volti. Lindau, Torino, 2012

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