Incontro con una realtà in evoluzione: la Comunità Emmanuel


Oggi il fenomeno della droga è vissuto e percepito in modo diverso rispetto a pochi anni fa. Anche perché si sono fatti avanti nuovi fenomeni come le ludopatie e le dipendenze legate alla rete internet. Ma le comunità di recupero non hanno perso la loro funzione, specialmente nei casi in cui sono rimaste al passo con i cambiamenti della società

Da 24 anni la Comunità Emmanuel opera nel nostro territorio a sostegno dei tossicodipendenti. Abbiamo incontrato il responsabile, dott. Luca Urbano Blasetti, per ripercorrere la storia di questo istituto e capire qual è la sua attività. Questo incontro è anche un primo passo verso una collaborazione che porterà gli operatori della Comunità a raccontare il mondo della droga e delle dipendenze, un aspetto troppo spesso in ombra della nostra società.

Cominciamo ripercorrendo brevemente il contesto in cui nasce la Comunità Emmanuel…
Negli anni ‘80 ci fu l’esplosione di quel fenomeno che nel decennio precedente aveva costituito il simbolo della libertà e del buon vivere comune: la droga. Coloro che ne facevano uso erano nati negli anni precedenti al periodo che ha visto l’avvento della musica elettronica e la caduta dei muri. Nel medesimo periodo nasceva una cultura del buon vivere, del costruire società in cui l’amore e la fratellanza fossero i criteri di base. Non solo gli Hippy anelavano a famiglie e società ideali: altrettanto facevano molti movimenti paralleli. Si può dire che le comunità, come tra le altre l’Emmanuel, avessero gli stessi obiettivi degli Hippy, ma drugfree. Di fronte all’orrore delle guerre e degli anni di piombo, emergeva l’esigenza di volersi bene e le droghe sembravano il viatico per i giovani. Dopo più di un decennio quella che era stata scambiata per una madre affettuosa si è mostrata nel suo aspetto di feroce matrigna e le comunità per tossicodipendenti nacquero come ricoveri per i tanti orfani abbandonati dalla loro stessa illusione d’amore. Le comunità sono divenute madre, padre, fratello e sorella. Erano una famiglia vicaria e ausiliaria in cui poter ricostruire ciò che la “matrigna” aveva diligentemente distrutto. A Rieti nasce il Centro Riccardo Blasetti nel 1993, ad opera di don Paolo Blasetti che lo aveva intitolato al defunto fratello.

Quando ha iniziato a lavorare in questa struttura?
Io giungo in comunità solo circa 15 anni dopo la fondazione e prendo il posto dell’allora responsabile don Paolo nell’ottobre del 2006. Mi ero appena laureato in psicologia e stavo svolgendo un dottorato, ma sentivo l’esigenza di prendere contatto con realtà distanti dal mio ovattato mondo di benessere. Soprattutto era arrivato il momento che iniziassi a lavorare. Chiesi a don Paolo se aveva bisogno. Con dispiacere e terrore mi sentii rispondere di sì. Da lì è iniziata un’avventura umana insostituibile e un percorso professionale che nessun libro può donare. Ho impattato quel mondo che cercavo e ne porto oggi i segni belli e quelli brutti. Erano gli anni in cui i volontari e i religiosi si erano resi conto di dovere impiegare dei tecnici all’interno delle strutture. Don Paolo era un precursore in tal senso e io mi ero laureato al momento giusto.

Perché “Comunità Emmanuel”?
Il nome “Emmanuel”, il cui significato rimanda a “Dio è con noi”, nasce proprio dai fondatori, le sorelle Fuortes e padre Mario Marafioti, che nel Leccese fondarono una comunità religiosa. Negli anni la vocazione religiosa non si è certamente persa, ma l’intervento si è gradualmente laicizzato rientrando in attività più strettamente sanitarie.

Nel corso della sua attività la comunità ha subito delle trasformazioni?
Mah, i cambiamenti sono stati continui e direi che hanno seguito tanto le normative regionali sanitarie, quanto le metamorfosi nella popolazione giovanile e nelle modalità di abuso di sostanze. Un tempo la residenzialità aveva un carattere quasi di clausura, oggi le comunità sono case famiglia con un alto livello di permeabilità. Tanto gli utenti sono invitati a confrontarsi con l’esterno, quanto i familiari a essere presenti e partecipare al percorso e al progetto trattamentale. La dipendenza è patologia sistemica, ossia a carico della famiglia, e il tossicodipendente è spesso il paziente “designato”, colui che manifesta il malessere che tutta la famiglia tende a nascondere. Inoltre oggi siamo di fronte alle dipendenze senza sostanze che richiedono un’ulteriore revisione delle proposte terapeutiche. In assenza di sostanze siamo lontani da condotte illegali e delinquenziali e abbiamo perso un criterio forte di rilevazione del disagio quale era la chimica delle sostanze presenti nel corpo. Oggi sappiamo che le aree cerebrali attivate nel gioco d’azzardo patologico, nello shopping compulsivo ecc. sono le medesime attivate dalle sostanze, ma gli utenti fanno molta più fatica a mettere a fuoco la “matrigna”.

Veniamo al presente. Che cosa fa oggi la Comunità e quali sono i suoi scopi principali?
Oggi le comunità sono enti del privato sociale accreditati e questo le parifica ai servizi sanitari delle Asl, con le medesime figure professionali e le medesime competenze. Dunque svolgiamo attività di consulenza psicologica individuale, di coppia o familiare e offriamo psicoterapia, anche di gruppo. Siamo in sintesi un centro di supporto psicologico a 360 gradi che svolge progetti di intervento e prevenzione del disagio sul territorio. Lavoriamo nelle scuole, negli istituti penitenziari, nelle università. I nostri obiettivi sono quelli di dare sostegno a chi ha un problema di dipendenza, ma anche di offrire servizi alla cittadinanza. Essere una realtà del territorio  a cui rivolgere le richieste di aiuto. Nel futuro vorremo essere sempre più attivi anche nella promozione culturale, come abbiamo già iniziato a fare con i convegni che organizziamo o con i laboratori sul guado, l’antica pianta coltivata nell’800 e usata per tingere i tessuti.

Nel futuro quali prospettive e programmi di sviluppo ci sono per il vostro sevizio? 
Non so bene cosa ci riserva il futuro. Ci stiamo sempre più rivolgendo alle popolazioni dei migranti per cercare un progetto di integrazione globale di queste fasce sofferenti della popolazione. No, non so cosa ci riserva il futuro, ma so che noi ci saremo.

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