Psicoterapia Rieti; Terni, L’Aquila; Avezzano o Roma? Il senso della terapia fuori sede.

Dove fare la psicoterapia? Mi sembra che ormai questa domanda sia sempre più frequente. E’ vero, infatti, che tendenzialmente si cerca uno psicoterapeuta nella propria città. Ma è altrettanto vero che, sempre più spesso, mi capita di ricevere richieste da altre città. Così mi ritrovo a fare psicoterapia a Rieti con Pazienti di Terni, L’Aquila, Avezzano o Roma. Ma siccome fare psicoterapia è un fatto di verità, è un’educazione alla tolleranza delle proprie verità, penso sia importante dire che questo articolo ho deciso di scriverlo per fare pubblicità al mio studio e alla mia attività. Invito chiunque legga a mettere in conto che quello che si legge in rete in materia di psicoterapia o terapia è spesso, se non sempre, frutto di questa volontà di fare pubblicità. Dunque nella scelta si deve mettere in conto questo aspetto. Dunque fare psicoterapia a Rieti Terni, L’Aquila, Avezzano o Roma (queste ripetizioni servono a far indicizzare l’articolo a Google) è del tutto indifferente, considerando che oggi è anche ricca l’offerta della psicoterapia on-line. Più che altro fare la terapia nella propria città o altrove ci parla semplicemente delle fantasie che un paziente può avere sulla terapia. Ad esempio il voler fare una terapia a Roma per una persona che vive a Rieti, potrebbe essere legato alla voglia di incontrarsi con la città del proprio genitore e quindi con il rapporto che si ha con la propria capacità di guidarsi e prendersi cura di se. Oppure potrebbe essere legato ad un bisogno di privacy perché si ha timore che il terapeuta della nostra città ci conosca o che i vicini del terapeuta ci riconoscano. Oppure, ancora, potrebbe essere legato al senso simbolico di Roma come città centro del mondo, e quindi alla fantasia di prendere contatto con il proprio “centro”. Ogni terapia che quindi sfida la logistica per svolgersi lontano dal luogo di residenza, ci suggerisce che quelle energie messe in campo ci raccontano già molto della terapia, del terapeuta e del paziente. Suggerisco sempre di valutare bene la logistica poiché la terapia la fa il paziente più del terapeuta, per questo suggerisco e ricordo sempre ai pazienti che ci sono bravi colleghi nella loro città di residenza, e lo faccio per due motivi. Il primo è deontologico, ossia non posso dare indicazioni sbagliate o fuorvianti per avere un paziente in più. E un terapeuta vuole sempre un paziente in più. Questo immaginario, questa fantasia, è sempre presente nella terapia e va tenuta da conto. Il paziente si chiede sempre se il terapeuta sta dando una risposta nel suo interesse o nell’interesse del conto in banca del terapeuta stesso. E questa fantasia diviene tanto più gravosa quante più energie, logistiche e di pecunia, vengono messe in campo. Il secondo motivo è terapeutico e di dinamica del profondo. Una logistica “costosa”, ossia impegnativa, potrebbe divenire la causa, o addirittura, l’alibi per un’interruzione della terapia. Per questo è importante che entrambi, paziente e terapeuta, ne valutino la sostenibilità. Oppure si insegue un terapeuta che si è conosciuto in rete o sui social e che ha un sapore glamour. Questo significa inseguire delle idealizzazioni che sono il primo ostacolo della psicoterapia. Un paziente attribuisce al terapeuta, ossia a se stesso una forza e un potere quasi mitico. Questa fantasia eroica è proprio quella con cui la psicoterapia combatte. La terapia ha tra i suoi scopi principali, proprio seppellire gli immaginari eroici e le idealizzazioni dell’altro. La terapia finisce proprio quando si riconosce l’umanità del terapeuta, e si riconoscono le competenze del terapeuta dentro di se.

Fugati questi aspetti, quindi, mi trovo a dire che una psicoterapia fuori-sede (se mi è concesso il termine) la trovo personalmente auspicabile. Spesso, infatti, nell’ora di viaggio per raggiungere lo studio del terapeuta si fa più terapia di quanto non avvenga nello studio stesso. Un paziente che veniva da Roma mi confidò proprio questo. Mi disse che era faticoso, ma che il viaggio gli era utile per rallentare e per arrivare in terapia più pacificato, più disponibile e curioso nei confronti di se stesso. Mi confidò ancora che il viaggio di ritorno era come mettere a posto la spesa, come lo scegliere come organizzare i cibi, come conservarli, come mangiarli e così via. Ecco che, se vogliamo usare la metafora del denaro, le energie che si destinano alla terapia (i soldi e le energie spese per il viaggio) ci danno un ritorno terapeutico importante. Quel paziente mi disse che la sua terapia iniziava alle 8 quando partiva da Roma e finiva alle 13 quando vi faceva rientro. Il viaggio pone anche un altra riflessione ai pazienti, quella relativa al fatto che nel viaggio nasce il dubbio del fatto che il terapeuta sia necessario, nel viaggio ci si accorge, a mano a mano, come il terapeuta è quella parte di me che si cura di me e che, solo vagamente, somiglia al tizio che mi ascolta tutte le settimane.

La psicoterapia è un viaggio verso nuovi luoghi, e se la accompagniamo con un reale viaggio questo può essere di grande aiuto. Sia inteso che questo è del tutto non indispensabile

Quindi scegliere una terapia a Rieti, Terni, L’Aquila, Avezzano o Roma (sempre per indicizzare) va fatto in modo consapevole. Ma laddove vi è un viaggio questo, il viaggio, ci da una comprensione di un fatto profondo in merito alla psicoterapia: non importa tanto dove si stia andando quanto quale strada percorriamo per raggiungere chi siamo.

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